Per poter aver cura degli altri e delle esperienze educative che per essi si allestiscono ogni professionista dell’educazione necessita di apprendere come relazionarsi alle differenze. Deve dunque fare i conti con il fascismo. Non tanto – o quantomeno non solo – con il fascismo quale fenomeno politico-ideologico storicamente determinato, quanto piuttosto con il fascismo disseminato nella microfisica dei poteri che circolano nello spazio sociale. Questo può infatti essere inteso anche come postura relazionale, epistemica, esistenziale che si sostanzia nella violenza dei gesti minuti che nel quotidiano escludono e marginalizzano chi è percepito come diverso da sé e perciò è considerato e trattato come inferiore. Nel contesto contemporaneo, segnato dall’emersione di tendenze autoritarie e pulsioni illiberali, occorre pertanto posizionarsi sotto il profilo pedagogico ed etico-politico per promuovere delle esperienze formative che resistano a tali pressioni e che siano eque, sostenibili e inclusive. Tuttavia, come hanno intuito Gilles Deleuze e Félix Guattari, il fascismo non è solo ciò che sta fuori di noi e a cui ci possiamo opporre a livello molare e macropolitico, ma è anche qualcosa che ci attraversa in profondità a livello molecolare e micropolitico, nelle pieghe delle nostre soggettività. È una questione affettiva oltre che (e forse prima che) ideologica. Ne consegue che, specialmente se si svolgono professioni educative e di cura, occorre compiere un lavoro su di sé volto a decostruire “il fascista che noi stessi siamo, che nutriamo e che coltiviamo, a cui ci affezioniamo” (Deleuze e Guattari, 2017, p. 308), nonché a disinnescare i dispositivi oppressivi di cui facciamo parte e di cui ci rendiamo complici, spesso senza rendercene conto. Si tratta allora di educare ed educarci a un divenire minoritario, grazie al quale mettere in discussione i canoni antropologici maggioritari e destabilizzare le pretese normative e normalizzanti di un’identità cristallizzata, univoca e intollerante nei confronti delle differenze.
Ferrante, A. (2026). Decostruire il fascista che noi stessi siamo: per una cura educativa del divenire minoritario. In L. Bianchi, G. Crescenza (a cura di), L’impossibile necessario. Pedagogie della resistenza e resistenze pedagogiche (pp. 345-350). Lecce : Pensa Multimedia.
Decostruire il fascista che noi stessi siamo: per una cura educativa del divenire minoritario
Ferrante, AP
2026
Abstract
Per poter aver cura degli altri e delle esperienze educative che per essi si allestiscono ogni professionista dell’educazione necessita di apprendere come relazionarsi alle differenze. Deve dunque fare i conti con il fascismo. Non tanto – o quantomeno non solo – con il fascismo quale fenomeno politico-ideologico storicamente determinato, quanto piuttosto con il fascismo disseminato nella microfisica dei poteri che circolano nello spazio sociale. Questo può infatti essere inteso anche come postura relazionale, epistemica, esistenziale che si sostanzia nella violenza dei gesti minuti che nel quotidiano escludono e marginalizzano chi è percepito come diverso da sé e perciò è considerato e trattato come inferiore. Nel contesto contemporaneo, segnato dall’emersione di tendenze autoritarie e pulsioni illiberali, occorre pertanto posizionarsi sotto il profilo pedagogico ed etico-politico per promuovere delle esperienze formative che resistano a tali pressioni e che siano eque, sostenibili e inclusive. Tuttavia, come hanno intuito Gilles Deleuze e Félix Guattari, il fascismo non è solo ciò che sta fuori di noi e a cui ci possiamo opporre a livello molare e macropolitico, ma è anche qualcosa che ci attraversa in profondità a livello molecolare e micropolitico, nelle pieghe delle nostre soggettività. È una questione affettiva oltre che (e forse prima che) ideologica. Ne consegue che, specialmente se si svolgono professioni educative e di cura, occorre compiere un lavoro su di sé volto a decostruire “il fascista che noi stessi siamo, che nutriamo e che coltiviamo, a cui ci affezioniamo” (Deleuze e Guattari, 2017, p. 308), nonché a disinnescare i dispositivi oppressivi di cui facciamo parte e di cui ci rendiamo complici, spesso senza rendercene conto. Si tratta allora di educare ed educarci a un divenire minoritario, grazie al quale mettere in discussione i canoni antropologici maggioritari e destabilizzare le pretese normative e normalizzanti di un’identità cristallizzata, univoca e intollerante nei confronti delle differenze.| File | Dimensione | Formato | |
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